"M' ILLUMINO D' IMMENSO"

Di solito quando mi appresto a scrivere un testo critico sono sempre circondato di libri, riviste e quant'altro potesse influenzare creativamente il mio scritto. Quando Sergio mi ha chiesto di scrivere per lui questo non è capitato. La ragione è una. Il suo lavoro mi attrae. Mi appassiona. Come la sua persona la sua pittura è travolgente, è reale. Non è la solita fuffa ma "solida realtà". Qualcuno lo definisce un paesaggista per me è un poeta. Nella fattispecie mi ricorda Ungaretti. Sibillino ma esaustivo. Scarno e allo stesso tempo ridondante. Al di là del gesto tecnico(sopraffino e magistrale) al di là dei colori "piacioni" (per me afrodisiaci) i suoi lavori sono un"m'illumino d'immenso". Nel loro minimalismo pittorico si cela un mondo da scoprire. Un mondo che a me ricorda l'infanzia a Forlì. Un universo territoriale, quello, fatto di calanchi. Il bianco calcareo che fa l'amore col cielo blu agostano. Nei suoi quadri io mi immergo senza prendere fiato perchè morirci dentro sarebbe un bel morire. In uno sguardo al cielo potrei respirare l'immortalità che tutti noi vorremmo e un artista ancor di più. I quadri di Sergio al di là dei colpi di spatola, le sovrapposizioni di materiale, al di là di qualsiasi atavica memoria ti fanno star bene. Per vivere un suo quadro devi sfiorarlo devi annusarlo e poi per chiudere in bellezza potresti appoggiarci su un orecchio ed ascoltare il cicalio della sua terra o quella voce che maternamente ti invita a stare tranquillo. Illuminarsi d'infinito non è impossibile. Basta crederci ed avere la fortuna di incontrare colui al quale è stato dato un dono: quello di farti vivere delle emozioni che oggi rischiamo di non saper più vivere.

Claudio Lorenzoni



"PITTURA DI PAESAGGIO"

Si è perso molto tempo a discutere sull’effettiva contemporaneità della pittura: è ancora “lecita”, nel solco della tradizione, o è anacronistica? Cosa spinga un artista in questo scorcio del terzo millennio ad esprimersi (ancora) con la pittura e, fatto più raro, con la pittura di paesaggio,  è uno dei tanti fenomeni che affollano il mondo dell’arte contemporanea, che senza batter ciglio riesce a spaziare dall’ algore più profondo di un  “white cube” – che si presenti come oggetto artistico o spazio espositivo non importa, sempre di ghiaccio rimane –fino al quadro dipinto e  debitamente incorniciato da appendere in quello che un tempo si definiva il salotto buono. Sergio Aiello è pittore ormai esperto, alle spalle quella  scuola, gavetta era chiamata un secolo fa, che non solo insegnava le basi indispensabili per poter esercitare un “mestiere” … «Mentre si dipinge un quadro, contemporaneamente lo si distrugge», affermava Giovanni Frangi, cui d’impulso ho accostato Sergio Aiello quando ho  visto la prima volta i suoi paesaggi – non pensando a Turner, che egli stesso mi confida essere il suo ideale, ma Turner i colori li fondeva  (“utque erat et tellus illic et pontus et aer” cantava Ovidio), Aiello li sovrappone: è la differenza tra una salsa e una pietanza, Turner è  un menu squisito composto soltanto di salse, superbamente irreale, improponibile, un’eccezione meravigliosa che ha saputo inventare solo lui –,  perché non ostenta il mero dato documentario, e nell’immagine che crea sa trasmettere un senso di lontananza e di perdita. I suoi quadri diventano  così puri desideri d’orizzonte, “accampamenti possibili dentro l’infinito” (Luigi Meneghelli). Negli ultimi lavori, presentati in questa mostra, ci  troviamo di fronte a paesaggi che, nonostante l’artista prenda programmaticamente le mosse dalla realtà, evitano la riproduzione descrittiva della natura.  Con un ritmo cromatico segnato da azzurri, terre arse ed uste, tracce di minio ardenti tra carboni polverosi, si susseguono le viste delle marine, spesso  innervate da colature trasversali di smalti virginei. Terra e acqua si toccano e si scontrano, si abbracciano e si intrecciano. Lo spazio reale e l’immaginesi susseguono tela dopo tela senza incrinature, dissolvendo nello spazio i dettagli realistici in zone di colore omogenee. Aiello agisce in maniera sintetica isolando coloristicamente i soggetti dal contesto ( il soggetto sembra infatti ormai essere diventato, al limite della rilevanza, concettualmente fluido e scarso portatore d’interesse se non per le sue possibili potenzialità manipolatorie ) , mentre il disegno, la “forma mentis” che ha progettato la scena, serveormai soltanto a definire le linee di forza dentro cui si srotolano gli elementi principali della composizione. Procede per sintesi, per concentrazione, strato dopo strato, addensando al nucleo, amalgamando ai margini, diluendo ai confini, cercando la dissoluzione, rincorrendo l’anima della figura (di una pedissequa imitazione) ormai scomparsa nell’orizzonte, sublimata in nome di una prospettiva più ampia in cui è volata per rifugiarvisi dopo essere stata scacciata dalla scena. Sono le macchie di colore che disegnano il suo paesaggio, mescolate, sovrapposte, graffiate: materia spalmata densa su una tela che riluce diversa, estranea, abbagliante e intimidatoria, che incarna gli esiti stilistici dell’artista portandone all’estremo la grammatica pittorica. La pittura rimane così in uno stadio dove l’immagine, ancora riconoscibile, è irrimediabilmente trasformata, addirittura sfaldata, in una visione personale e lirica, nell’intenzione di far trasparire una sensazione luminosa, un’allusione formale. Sulla tela riemerge l’atmosfera di un paesaggio reale che, in chi guarda, penetra e risuona a fondo e in cui si può rituffare con maggior vigore ritrovandone quella stessa realtà da cui il pittore pareva averlo allontanato. Nell’eliminazione dei dettagli, nella pressoché totale assenza di descrizione e di narrazione, la mostra pare così indicare la tendenza verso una totale autonomia della ricerca di Aiello, parallela e perciò staccata da quel fluire continuo di immagini che è la realtà. Alla copia mimetica o alla sua reinterpretazione figurativa l’artista contrappone una forza gestuale in grado di condurlo verso una totale indipendenza della (sua) pittura da qualsiasi squarcio di mondo, visto o preesistente. Sta proprio qui la sua liceità di esistere come pittore e come pittore di paesaggio anche alle soglie del terzo millennio, nel pieno e pressoché totale predominio globalizzante dell’Arte Contemporanea.

Gianfranco Schialvino


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